RECENSIONI del libro
"Filosofia Ambientale"
recensione di Davide Giusti, su "La voce in
capitolo", dicembre 2002
Leggo d'un fiato il libro di Piergiacamo Pagano, Filosofia Ambientale. Vorrei dirne innanzitutto l'utilità. Per
cosa? Innanzitutto come compendio di una serie di pensieri sugli animali e sulla natura del nostro
pianeta. L'uomo, dando prova di non comune profondità di pensiero, ha sempre pensato di
essere senz'altro al centro dell'universo. Questo atteggiamento lo apparenta perfettamente alla
maggior parte dei bambini di tre anni. Avendo poi giustamente stabilito che ogni cosa fosse
fatta espressamente per lui e i suoi, ha conseguentemente ritenuto di potersene servire
senza star troppo a rimuginare sugli effetti avvertibili appena un po' più in là. Ancorché
devastanti. Storicamente un po' più in là c'è il vicino, lo straniero, l'uomo negro, che son come
bestie e non hanno l'anima. E le bestie, ovvio, che più bestie di così..
Non tutte le riflessioni contenute nel libro mi sembrano pienamente condivisibili né la potenza di pensiero messa in
campo dagli autori delle medesime mi pare trascendentale. Ma anche un ottuso
riduzionista, come il sottoscritto, è in grado di rilevare qualche spunto del massimo interesse quasi in
ciascuna. Nonché un'urgenza, quella sì etica e dunque non riducibile a un pensierino o ad una
azioncina. E a me sembra che di questa urgenza ci sia un gran bisogno.
Davide Giusti
vedi
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anno 15, numero 4, dicembre 2002, p. 82-3
di Francesca Civile
L'interessante e maneggevole testo di P. G. Pagano sulla filosofia ambientale, cioè su ciò che, nella storia del pensiero filosofico, è stato pensato e detto, implicitamente o esplicitamente, a proposito del rapporto dell'essere umano con l'ambiente che lo circonda, e in particolare con gli altri esseri che in questo ambiente convivono con esso, ricostruisce, con un linguaggio semplice e con una ricca bibliografia, gli aspetti più propriamente teoretici di una tematica oggi molto presente, ma perlopiù in forme un po' confuse e irriflesse, negli interessi, le curiosità e l'impegno di giovani e meno giovani, di scienziati e di semplici cittadini.
Con la sua trattazione sistematica, e utilizzando anche utili schemi e tabelle di riepilogo, il libro di Pagano ci consente di connettere i termini del problema "filosofia ambientale" con le sue connotazioni storiche.
Si parte dalla filosofia dell'antica Grecia, si sottolinea uno stacco netto, che coincide con la prima diffusione del Cristianesimo, e con l'ipotesi che l'uomo fosse, per volere divino, il padrone della natura; si arriva, attraverso controversie e scissioni anche all'interno del pensiero cristiano, e in generale delle filosofie, all'Illuminismo, che inizia ad elaborare teorie sempre più sofisticate sul tema del diritto e dei diritti. E qui le cose iniziano decisamente a complicarsi, introducendo nella problematica dominante dei "diritti dell'uomo" anche alcuni principi di difesa dell'ambiente e degli esseri viventi che, dal piano della astratta discussione filosofica, spesso si cominciano a tradurre in forme legislative di tutela (del paesaggio, di alcune specie animali, della natura in genere), specie nel contesto del
Nordamerica e del Nord Europa, a partire dalla seconda metà dell'Ottocento.
Ovviamente la maggior parte del libro (6 capitoli su 7) è dedicata a queste complicazioni e articolazioni p)ù recenti del pensiero ambientalista.
P. G. Pagano defInisce tali complicazioni "presa di coscienza ambientale".
Il primo oggetto di analisi e di critica è l'antropocentrismo di derivazione greca e cristiana, poi rafforzato dalla "filosofia" della rivoluzione industriale, per la quale anche le persone diventano potenziali strumenti del profitto. Tuttavia, anche all'interno di un antropocentrismo generico, l'Autore distingue un paio di posizioni: un "antropocentrismo forte" e uno "debole"; ovviamente la possibilità di interloquire con le filosofie ambientaliste è maggiore per il secondo.
Si avvia quindi il discorso sulle posizioni biocentriche, che Pagano suddivide in due linee fondamentali: un biocentrismo individualistico e uno olistico.
Le parole hanno un significato. "Biocentrismo" significa "centralità della vita", in qualsiasi forma essa si presenti.
"Biocentrismo individualistico" indica, dunque, quella corrente di pensiero secondo la quale ogni singolo essere vivente va tutelato:
a) in quanto essere vivente
b) in quanto capace di soffrire
c) in quanto capace di sensazioni.
Le posizioni dei gruppi "animalisti" si collocano in buona parte in questa linea.
"Biocentrismo olistico", invece, è quella posizione che considera la realtà naturale come un tutto, costituito, piuttosto che dalla somma dei singoli esseri viventi, dal sistema di relazioni che li connettono con l'ecosistema nel suo complesso, inclusi gli aspetti apparentemente più distanti dalla vita, intesa in senso antropocentrico. E' questo contesto che va tutelato nel suo complesso, anche, al limite, sacrificando singoli individui. (Si può pensare ai numerosi casi in cui misure di protezione di determinate specie, cervi o elefanti ad es., hanno avuto conseguenze potenzialmente distruttive per l'ambiente vegetale, e dunque per altre specie animali).
L'autore, pur tenendosi accuratamente lontano da prese di posizione eccessivamente personali e polemiche, dato che il suo obiettivo è, in primo luogo, produrre un chiarimento teorico, mostra tuttavia alcune inclinazioni della propria riflessione; ad esempio, insiste sulla differenza tra i concetti di "conservazione" dell' ambiente - che implica un intervento umano, sia pure di difesa della natura, e ha come sfondo una finalizzazione umana degli interventi, tesi a garantire l'uso, o anche il semplice godimento estetico della natura e di "preservazione", che sottintende la rinuncia a intervenire, sulla base di un rispetto totale, per l'equilibrio che la "natura selvaggia" si dà da sé sola. E' abbastanza chiara una sua propensione per quest'ultima posizione, anche se forse ci si potrebbe chiedere se esistano ancora situazioni di "natura selvaggia", assolutamente non condizionate dalla presenza e dall'attività umana in tutto il pianeta.
Infine l'autore introduce la categoria più nuova, e apparentemente per lui più convincente: l'ecologia profonda, con i suoi correlati concettuali e filosofici, dal bioregionalismo (consolidamento di un rapporto privilegiato di radicamento di ciascuno con il luogo specifico in cui vive), alla cultura dei cosiddetti. Indiani d'America, ad alcuni aspetti della nonviolenza gandhiana. L'ecologia profonda vuole essere una concezione complessiva dell'uomo e del suo rapporto col mondo, fondata sul pensiero di autori, soprattutto scandinavi, che insistono sulla necessità di una sorta di autoriforma morale di ciascun individuo, presupposto di una sorta di rifondazione di civiltà che include la natura,come gli uomini e tende alla "autorealizzazione di tutti gli esseri, umani e non umani" (p. 90); a questo proposito P. G. Pagano parla di una sorta di "egualitarismo biocentrico" come punto di arrivo della tensione etica che anima l'ecologia profonda. Egli sottolinea il fatto che questo sistema di valori abbia cominciato ad affacciarsi e ad esercitare un notevole fascino concettuale verso la fine degli anni '60, contemporaneamente al trionfo del consumismo e al contemporaneo risvegliarsi di atteggiamenti politici, sociali e culturali di allarme e di critica nei confronti del consumismo stesso e dei suoi possibili esiti. L'ecologia profonda respinge sia il versante trionfalistico del capitalismo sia le posizioni di sinistra che, comunque, all' epoca accettavano la centtalità della fabbrica e della città operaia come luogo della lotta di classe, e dunque anche del progresso possibile. Ma le interazioni con le problematiche storiche ed economiche dei decenni successivi non finiscono qui: la crisi petrolifera dei primi anni '70 conferma, nei fatti, alcune previsioni e avvertimenti già presenti in questo filone della riflessione ambientalista: la limitatezza delle risorse, l'eccessiva pressione demografica sul pianeta, l'insostenibilità -termine più recentemente diventato molto comune anche nel linguaggio dell' economia in senso sttetto- dello sviluppo come si è realizzato almeno dalla rivoluzione industriale in poi. Anche la revisione dei fattori puramente quantitativi sulla cui base veniva calcolata la ricchezza dei pàesi e dei gruppi sociali, il PIL punto e basta, negli ultimi anni al centro dell'attenzione, non solo da parte ambientalista, troverebbe le proprie radici teoriche -in particolare la rivalutazione dei fattori qualitativi e la ricerca di indicatori più sensibili del benessere rispetto al PIL- proprio nell'ambito della "deep Ecology", qualche decennio prima di conoscere l'attuale successo.
Anche a proposito della scienza la posizione dell' ecologia profonda è articolata: la conoscenza scientifica è apprezzata come potente strumento di conoscenza della realtà naturale, e quindi come percorso razionale verso un rapporto sempre più consapevole e ricco con l'ambiente; ma si diffida del versante della scienza come strumento di potere e di trasformazione della natura in funzione dei bisogni esclusivamente umani. Il capitolo conclusivo riepiloga le posizioni esaminate in precedenza e sottolinea la centralità del pensiero ambientalista rispetto ad alcune delle principali problematiche del mondo attuale, in particolare quelle connesse alla sostenibilità dello sviluppo -di quale sviluppo? a quali prezzi?- e ai vari aspetti della crisi ambientale che ormai, anche al di fuori dell' ambito strettamente ecologista, sono innegabili, e rischiano perfino di produrre reazioni di catastrofismo poco strutturato concettualmente, e abbastanza irrazionale.
La redazione di NATURALMENTE è particolarmente lieta di presentare questo utile strumento, prodotto da un nostro collaboratore prezioso, che nel recente passato ce ne ha anche fornito alcune generose anticipazioni con i suoi articoli. Nel ringraziarlo auguriamo -a lui e a noi- che continui nel lavoro impervio di fornire strumenti di lettura praticabili su una situazione ambientale assai complessa, sulla quale le singole discipline specialistiche, dalla geologia, alla biologia... all'economia, e le stesse associazioni ambientaliste, ci forniscono, per ora, informazioni e spunti preziosi, ma per lo più unilaterali.
Francesca Civile
di PIERGIACOMO PAGANO
di Guido Dalla Casa
Se si tiene conto che le schematizzazioni sono sempre riduttive, ma necessarie per facilitare la comprensione, cosa evidenziata anche dall’Autore, si può certamente affermare che il libro è un compendio completo ed esauriente delle posizioni in materia di filosofie di base sulla questione ecologica: oltre che essere chiaro e di piacevole lettura, è utilissimo per mettere ordine nella materia e per far comprendere a qualche lettore molte posizioni di pensiero, o visioni del mondo, di cui magari non sospettava neppure l’esistenza.
Infatti la lettura del libro è vivamente consigliabile non solo a chi si interessa del problema, ma anche a chi non si è mai chiesto quale sia la sua posizione filosofica nei riguardi dell’ecologia. Perlomeno si renderà conto che si trova comunque in una situazione particolare di pensiero: le sue idee gli sembravano automaticamente “ovvie” solo perché le ha respirate fin dalla nascita e non ne conosceva altre.
Considerazioni aggiuntive.
Cosa può fare in pratica chi non si riconosce nella posizione dominante della cultura in cui è nato? Diffondere il più possibile idee diverse, o perlomeno rendere evidente che esistono. Attraverso scritti, incontri, colloqui, siti Internet, e così via. Rifuggendo possibilmente da manifestazioni plateali e dal vedere il problema come contrapposizione o “lotta”.
E’ evidente che il pensiero di base della cultura occidentale, che si sta diffondendo in tutto il mondo, è fortemente antropocentrico; un segno di speranza per chi la pensa diversamente è dato dal fatto che si sta spostando da un “antropocentrismo forte” a un “antropocentrismo debole”.
Le moltitudini, le maggioranze per loro natura seguono l’onda della cultura in cui si trovano e quindi adottano - spesso inconsapevolmente - l’antropocentrismo.
L’influenza della religione sul pensiero di fondo di una cultura è maggiore di quanto si crede: non a caso gran parte dei discorsi che si fanno oggi sulle “altre religioni” riguardano l’Islam e il giudaismo, che in pratica non differiscono, sul piano filosofico, dal Cristianesimo, che sarebbe meglio chiamare tradizione giudaico-cristiana. Posizioni diverse da quella antropocentrica occidentale (di solito forte) si potevano trovare in alcune filosofie orientali (Buddhismo, Jainismo, Taoismo) e in molte tradizioni animiste, soprattutto dei nativi del continente americano.
A questo riguardo l’Occidente potrebbe modificare il suo pensiero - il che di solito avviene in tempi lunghi - se venisse riconosciuta l’origine indiano-buddhista, e non giudaica, dell’insegnamento di Cristo.
La parte più “laica” - anch’essa in realtà influenzata dal sottofondo “religioso”- potrebbe recepire finalmente l’Unità della Vita, che è stata la vera novità dell’evoluzione biologica, vista finora in gran parte come “lotta per la vita e sopravvivenza del più adatto”, che era soltanto un dettaglio utile alla civiltà industriale, soprattutto nell’Inghilterra dell’Ottocento.
Guido Dalla Casa, dicembre 2002 |