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Vincenzo
Cucinotta
L'ideologia
verde.
La rivoluzione necessaria
Ediargo,
2008
www.ediargo.it
N.B.
L'autore è disponibile per incontri di
presentazione del libro in tutta Italia.
e-mail: ecucinotta@unict.it
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INDICE
1.
PREFAZIONE……………………………………..
P. 9
2.
CONSIDERAZIONI INTRODUTTIVE........
p. 13
3.
CONSIDERAZIONI FILOSOFICHE…........
p. 25
4.
RIFLESSIONI SULLA NATURA UMANA…..
p. 51
L’anima……………………………………………..
p. 52
Bisogni e
desideri……………………………….
p. 60
Uomo –
donna…………………………………..
p. 66
5. DELLA
SOCIETA’………………….…………………
p. 71
L’ethos………………………………………………
p. 72
La
famiglia.………………………………………..
p. 77
La
bioetica…..…………………………………….
p. 93
6. POLITICA ED
ECONOMIA………………………..
p. 105
7. PROSPETTIVE
CONCLUSIVE……..…………….
p. 147
Da pagina 19:
…questo saggio
si pone come un momento di riordino di queste tematiche
(verdi, N.E.), in quanto riconosce le limitazioni di un
approccio da una parte sensazionalista dall’altro
scientista. Così, per quanto possa sentirmi
emotivamente coinvolto dalla balena che si arena su
qualche spiaggia in qualche parte del globo, giudico
eccessiva l’attenzione che la stampa dedica a questi
specifici episodi, con ciò stesso fornendo
un’immagine distorta, direi perfino caricaturale, dei
problemi ecologici. Allo stesso modo, un certo approccio
che chiamerò scientista parte da un punto di vista
sbagliato, centrato su un rapporto uomo-ambiente in cui
il primo è il soggetto e l’ambiente l’oggetto. Se
noi ricordiamo anche la dimensione naturale dell’uomo
possiamo capire come già oggi e non solo in un futuro
catastrofico l’uomo paghi un prezzo enorme a
un’ideologia che si caratterizza come fondamentalmente
distruttiva. In altre parole, non solo l’uomo sta
tagliando il ramo che lo sostiene, ma in questa azione
di potatura si regala l’infelicità presente: se si
tralascia questo aspetto di attualità, ci si condanna
inevitabilmente a un ruolo marginale, a svolgere solo e
soltanto il ruolo della Cassandra di turno. Ritengo
insomma che l’attualità delle tematiche verdi non sta
tanto nell’utilizzare le conoscenze scientifiche già
disponibili per provvedere a non compromettere la
vivibilità futura del nostro pianeta, questo viene già
fatto ampiamente, ma con effetti inevitabilmente
limitati: ci sarà sempre il Pierino di turno a
sostenere che gli sviluppi futuri della tecnologia
risolveranno problemi di compatibilità che oggi
appaiono irrisolvibili. Le tematiche verdi sono
estremamente, direi perfino disperatamente attuali
proprio perché l’effetto combinato dell’ideologia
occidentale e dello sviluppo tecnologico sta già
distruggendo oggi la nostra vita quotidiana, le polveri
sottili nell’aria che respiriamo nelle nostre città
assieme al modo di vivere le esperienze interpersonali
così come ci vengono propinate dalla televisione.
Da pagina 26:
L’ideologia
immanente al pensiero di Platone si può riassumere
nell’espressione “autonomia del linguaggio”. Per
chiarire e illustrare questa mia affermazione, partiamo
da quello che egli chiama l’esistenza del mondo delle
idee di cui il mondo delle cose è solo una copia
imperfetta. Se traduciamo idea con parola, l’assunto
di Platone diventa che la parola con cui designiamo un
oggetto è più reale dell’oggetto stesso; non solo,
ma egli ci dice che la parola esiste da sempre. Certo,
qualcuno potrà obiettare rispetto alla sostituzione
pura e semplice di idea con parola, e certo egli non si
riferiva a una lingua specifica, e quindi quando dico
parola non mi riferisco a uno specifico suono o segno
scritto: il significato e non il significante. L’uso
che egli fa del termine idea è abbastanza vago, ma alla
fine quando egli dice che l’idea di cavallo è ben più
perfetta di ciascun concreto esemplare di cavallo, in
fondo è egli stesso a sostituire idea con parola:
l’idea di cavallo è appunto la stessa cosa della
parola cavallo, il ragionamento non cambia se io
sostituisco la parola all’idea. Naturalmente, questo
passaggio che io ho introdotto in maniera, diciamo,
disinvolta, non è così ovvio, anzi è deliberatamente
un’interpretazione di parte, è il mio modo di vedere
“l’essenziale” di questa filosofia, ciò che a mio
parere importa tralasciandone gli aspetti marginali e
contingenti.
Quindi, per Platone,
l’idea di cavallo esiste da sempre, e al cavallo reale
non resta altro che adeguarsi a quest’idea. In questo
modo insomma, Platone stabilisce un ordine secondo cui
quello che pensiamo prevale sul reale. Poiché il
pensiero si esprime in parole, ecco cosa intendo dire
quando riassumo il nocciolo della filosofia di Platone
nell’affermazione dell’autonomia del linguaggio. Da
Platone in poi, il fatto stesso che io inventi una nuova
parola, questo stesso atto, porta alla creazione di un
dato di verità. Infatti, una parola non può che
riferirsi a un contenuto mentale che a ragione chiamiamo
idea. Ma l’idea per Platone è appunto il vero, quindi
creare una parola non è creare una nuova entità
puramente mentale, ma scoprire qualcosa che c’era da
sempre, una cosa detta è quindi automaticamente vera.
Il linguaggio è quindi autonomo in quanto è da lui che
discende cosa è vero e cosa non lo è, cosa sta in
questo lontano e inaccessibile, ma non per questo meno
vero, mondo delle idee. Platone è riuscito a dare ai
contenuti mentali un’autorità assoluta: se tra la mia
mente e la realtà c’è un conflitto, deve prevalere
la mia mente.
Da pagina 38:
…bisogna attendere la fine del diciannovesimo secolo perché le tematiche
del linguaggio entrino in piena evidenza all’interno
delle riflessioni filosofiche, e certo la filosofia
contemporanea non si potrebbe neanche concepire senza
quest’attenzione così insistente verso il linguaggio.
Nonostante ciò, noi siamo immersi in una ideologia
sostanzialmente illuministica.
Di fatto, noi viviamo
in un mondo simbolico sin da quando apprendiamo la
lingua materna, quando nostra madre ci fa osservare la
nostra immagine riflessa da uno specchio, e da questo
mondo simbolico non possiamo mai più liberarci
veramente, anche se le pratiche di meditazione possono
strapparci di tanto in tanto da questo mondo fittizio.
Davvero, il mito della caverna costruito dal genio di
Platone va totalmente capovolto: le ombre sono proprio
le parole, questo mondo del linguaggio che ci aliena da
noi stessi, che trasforma le nostre esperienze in un
dato linguistico, soltanto che da questo tipo di caverna
non si esce mai davvero, al massimo si può di tanto in
tanto provare a sbirciare attraverso il varco
d’ingresso ciò che sta fuori della caverna.
Come
dicevo, il pensare è intrinsecamente ideologico, il
pensiero non è in fondo che la costruzione di
correlazioni tra entità linguistiche, non è pertanto
lecito immaginare che un discorso si possa
autocertificare: non mi sottrarrò quindi dal porre
postulati da cui partire nelle mie riflessioni. Al
contrario, questi postulati vanno posti esplicitamente:
una volta riconosciuta la loro funzione indispensabile,
esporli per così dire in vetrina consente una loro
valutazione.
Da pagina 46:
In
termini più generali, considerato che, come dicevo
nell’introduzione, la mela non ha atteso che Newton
enunciasse la legge sulla gravitazione universale per
cadere dall’albero, si impone una maniera diversa da
parte della specie umana di rapportarsi al mondo che lo
circonda. L’uomo insomma la dovrebbe smettere una
volta per tutte di considerarsi il creatore della realtà,
noi siamo immersi in un mondo che esiste “da
sempre”, di cui siamo componenti, e non osservatori
esterni, né tanto meno è sostenibile che l’uomo si
vada costruendo da sè. Le leggi fisiche che nel corso
del tempo sono state enunciate sono solo una forma di
adattamento umano all’ambiente. Dobbiamo cioè
ricordare ciò che scrisse Wittgenstein, il linguaggio
è solo e soltanto una forma di vita, non ha una
sacralità superiore ad altre attività vitali quali, ad
esempio, quella di nutrirsi. Dobbiamo infine accettare
di avere un codice genetico: esso stabilisce lo
straordinario successo della specie umana, ma, sarebbe
saggio non dimenticarlo, anche i suoi limiti.
La
centralità della nostra biologicità non può e non
deve essere confusa però come una scelta che rifiuti
una dimensione culturale. Essa vuole invece configurarsi
come una vera e propria ideologia, e come tale intende
consapevolmente operare sulla realtà. Operare sulla
realtà significa in primis avere una visione sua
propria delle cose, una capacità di avere un suo
originale punto di vista: questo è appunto il requisito
di base di ogni ideologia, uno sguardo diverso sul
mondo. Operare sulla realtà significa anche costruire
una cultura nuova che sia in grado di darsi degli
obiettivi espliciti che giustifichino un giudizio sulle
cose, una capacità di esaminare ogni singolo atto delle
nostre attività vitali secondo un criterio alternativo.
Tutto questo saggio esprime giudizi di merito, e non
contesta certo il diritto-dovere di ciascuno di noi di
esercitarsi in questa attività così strettamente
connessa allo stesso pensare, ma occorre dare a questi
giudizi il loro valore non di sentenze assolute ma un
valore pratico legato alla funzione che il linguaggio ha
di adattamento ambientale. Questo è invero l’effetto
della scelta di consideraci esseri biologici, che cessa
il primato del linguaggio, il linguaggio ha sì una sua
funzione essenziale, ma come ogni altra attività umana
è soggetto esso stesso a giudizio. Non è cioè
l’aspetto logico-formale, direi estetico che determina
il successo di una proposizione (vedi le famose idee
chiare e distinte di Cartesio), ma la sua effettiva
capacità di produrre effetti desiderabili.
Da pagina 147:
Partirò
proprio da alcune considerazioni contenute
nell’introduzione, la necessità di superare
l’ideologia dominante del mondo occidentale, e tale
superamento ha caratteri di estrema urgenza, urgenza
dettata dal
carattere distruttivo di questa ideologia, questo suo
far coincidere consumo con felicità, più consumi, di
più oggetti ti circondi, più aspettative di felicità
puoi avere. Questo assioma, vero paradigma di questa
società, prima ancora di qualsiasi considerazione etica
che se ne voglia fare, è innanzitutto profondamente
falso. Di qui, il duplice effetto nefasto
dell’ideologia dominante: da una parte, lo
sfruttamento distruttivo dell’ambiente per poterne
ricavare il massimo di risorse da immettere nel mercato,
dall’altra, l’avvelenamento della nostra stessa
vita, incapaci, come rischiamo ormai di essere, di
apprezzare alcunché perché i nostri desideri rischiano
di trovare soddisfazione troppo presto, mettendo a
rischio il nostro bisogno di desiderare, come
argomentavo in un apposito paragrafo di questo testo.
Così, la nostra attenzione vitale non è mai del tutto
concentrata sul momento e sul godimento presente,
distratta com’è dall’offerta continua di nuovi
oggetti. Quindi, qui non si tratta di dire che ci stiamo
godendo oggi quello che domani non potremo più
permetterci, si tratta piuttosto di affermare che si
vive male già oggi, non solo una catastrofe attende
l’umanità in un futuro più o meno prossimo, ma,
quello a cui dovremmo fare massima attenzione, la
catastrofe nelle nostre menti è già in atto, in certi
aspetti del nostro vivere quotidiano si manifestano
sintomi di una specie di follia collettiva
distruttiva.
Da pagina 149:
Occorre
una nuova ideologia, e l’unica ideologia che oggi vedo
come possibile ed auspicabile è un’ideologia che
definisco verde, sfruttando un termine già presente nel
lessico comune, e specificamente in campo
politico-sociale.
Riassumo
qui sinteticamente i postulati fondamentali di tale
ideologia, già tratteggiati lungo il testo:
-
l’uomo
è innanzitutto un essere biologico,
-
è una
pura finzione linguistica considerare corpo e anima come
due entità separate: essi sono solo due differenti
aspetti di un’unica indivisibile entità
“uomo”,
-
il
linguaggio è solo una forma di vita,
-
dobbiamo
accettare i nostri limiti appunto biologici e il fatto
che in fondo viviamo in un mondo che, proprio perché
non creato da noi stessi, risulta in fondo
misterioso
-
dobbiamo
vivere in armonia con la natura, e l’antropizzazione
che inevitabilmente discende dalla cultura e dalla
tecnologia deve essere compatibile e sostenibile, cioè
non deve introdurre variazioni nell’ambiente tali da
comprometterne gli equilibri fondamentali in maniera
significativa.
-
ipotizzare
che il mondo sia popolato di esseri liberi e razionali
chiamati uomini è privo di qualsiasi fondamento
-
la libertà
individuale è filosoficamente pressoché insostenibile,
e l’uomo è essenzialmente un essere conformista, a
cui la necessità di scegliere genera mediamente
angoscia
-
sostenere
che gli uomini sono eguali genera soltanto malintesi,
perché, nello sforzo di ricordarci la comune
appartenenza alla specie umana, tende inevitabilmente a
sottostimare le differenze individuali.
-
delle tre
parole d’ordine della rivoluzione francese, in realtà
basta sostenerne una soltanto, quella tra l’altro più
negletta, la fraternità, che ben esprime la similarità
tra appartenenti alla stessa specie e la solidarietà di
fondo che deve esistere tra gli uomini, senza indurre
nel contempo a minimizzare le differenze
individuali.
-
avere
desideri, intesi come l’aspetto sperimentabile dei
nostri bisogni, è un aspetto assolutamente fisiologico
del modo di essere degli esseri biologici, e pertanto
non comporta di per sé la necessità del loro
soddisfacimento. Conseguentemente, il perseguire il
sogno di una società privata dei bisogni, comune alle
teorie capitaliste, socialiste ed anarchiche, va
considerato come un tragico errore
-
assumere
che il fine fondamentale che una società debba
perseguire sia il massimo prolungamento della vita umana
è privo di qualsiasi fondamento: è soltanto la
traduzione dell’istinto di sopravvivenza individuale
in norme collettive, a volte, paradossalmente, contro la
volontà individuale consapevolmente espressa
-
è
necessario definire quali siano gli interessi
collettivi, senza confonderli con gli interessi
individuali numericamente prevalenti, come invece è
implicito nel principio politico del consenso
maggioritario.
Vincenzo
Cucinotta è docente di chimica all'Università di
Catania
inserito nel sito di
filosofia ambientale nel settembre 2008
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